Le informazioni e le immagini contenute in questa pagina web, costituiscono una parte del progetto “Usi e Costumi delle Calabrie” del Servizio Civile UNPLI svolto dalla volontaria Carmen Morello nell’anno 2019/20.

Il progetto, svolto nel corso dell’anno 2019/20, ha favorito la riscoperta e la valorizzazione del patrimonio culturale della Calabria, fatto di usanze, tradizioni, riti, canti e balli. L’obiettivo è stato quello di ideare e promuovere iniziative in grado di far conoscere ai giovani e ai più piccoli un’eredità culturale che rischia di scomparire.
Il progetto era incentrato agli usi ed ai costumi del paese di Amato.

Il Carnevale di una volta

Semel in anno licet insanire”, così recita una celebre citazione latina, “una volta all’anno è lecito impazzire”, proprio per questo il popolo aspettava questa occasione, per potersi dare alla pazza gioia, almeno per un giorno, lasciando da parte lavoro, problemi, preoccupazioni e convenzioni sociali.

La parola Carnevale proviene dalla locuzione latina carnem levare, ossia ‘togliere la carne’, con essa si indica quel lasso di tempo che comincia con il Giovedì Grasso e termina con il Martedì detto dell’azata, che precede il Mercoledì delle Ceneri, dunque il periodo antecedente l’inizio della Quaresima. Essa rappresenta i quaranta giorni di penitenza spirituale e corporea, che servono a purificare l’anima e il corpo dai peccati, in vista della Pasqua; da ciò deriverebbe l’espressione relativa al ‘togliere la carne’, il digiuno era inteso come una forma di espiazione e di preparazione alla rinascita, simboleggiata dalla resurrezione di Gesù Cristo.

Inoltre il Carnevale rappresenta la fine dell’inverno e l’avvicinarsi della primavera, dunque la rinascita della natura e il suo risveglio, perciò si festeggiava questo periodo di transizione e di rinnovamento per la natura e la fecondità della terra.

Origini del Carnevale

Le origini di questa festa non sono ancora state chiarite del tutto, la teoria più avvalorata è quella secondo la quale essa deriverebbe dai Saturnali romani, celebrati ogni anno dal 17 al 23 dicembre, in onore di Saturno, divinità della seminagione.

I Saturnali, per il loro carattere, ricordano assai da vicino il nostro carnevale; mentre, per l’epoca dell’anno alla quale ricorrevano – il solstizio d’inverno – possono essere a proposito ravvicinate al nostro ciclo festivo di Natale e Capodanno. Non per nulla si favoleggiava che Saturno era stato il dio dell’età dell’oro, quando gli uomini vivevano felici, nell’abbondanza di tutte le cose e in perfetta eguaglianza fra loro; e tali condizioni di quel tempo fortunato si volevano, in certo modo, rievocare nei giorni dei Saturnali, durante i quali si festeggiava con conviti e banchetti l’abbondanza dei doni della terra e, concedendo agli schiavi la più larga licenza, si rappresentava quasi l’antico stato di eguaglianza fra tutti gli uomini1.

Due tratti comuni ai Saturnali e al Carnevale sono i festeggiamenti esagerati e la libertà concessa alle persone di ceto inferiore: difatti, nel corso dei secoli si sviluppò una sorta di inversione dei ruoli (i ricchi si travestivano da poveri e i poveri si travestivano da ricchi, oppure gli uomini si travestivano da donne e viceversa). Ciò era reso possibile grazie all’uso delle maschere, tutt’oggi in voga. L’ordine della società veniva sovvertito e si consumava una grande quantità di cibo e vino, ma solo durante i giorni di festa, passati i quali si ritornava alla ‘normalità’.

Solitamente il Carnevale veniva (e in diverse zone viene tuttora) festeggiato con balli, mascherate, sfilate di carri preparati appositamente per l’occasione, scherzi e burle.


1 Vedi: http://www.treccani.it/enciclopedia/saturnali_%28Enciclopedia-Italiana%29/.

Le maschere

Da qui l’origine del celeberrimo motto “A Carnevale ogni scherzo vale”, per alcuni giorni si viveva in maniera sregolata, senza limiti, durante il Medioevo, prese forma la figura del ‘re del carnevale’ che supervisionava i festeggiamenti e si premurava di assicurare “la sospensione temporanea delle leggi, delle regole e della morale” 2.

Nel corso del tempo ogni regione e ogni città ha sviluppato una sua maschera tipica con delle caratteristiche ben precise, (Bergamo-Arlecchino e Brighella, migliori amici; Venezia-Pantalone e la figlia Colombina, amante di Arlecchino; Piemonte- Gianduia; Napoli-Pulcinella; Brighella; Roma-Rugantino; ecc.).

Ognuna di queste maschere rappresenta uno o più vizi e difetti dell’animo umano: la furbizia, la cupidigia, l’avarizia, la golosità, ecc. Dunque, le maschere simboleggiano le debolezze degli esseri umani, esasperandole fino a ridicolizzare chi ne è ‘portatore sano’. La satira, l’ironia e la risata vengono adoperate come strumento di denuncia sociale e morale: gli errori vengono messi in risalto non per demonizzare chi li compie, ma per rifletterci su ridendo.

Il Carnevale ad Amato

Fino ad alcuni decenni fa, gli abitanti di Amato attendevano con ansia e trepidazione il Carnevale, la festa più sentita e popolare di tutte. Il culmine di questa festa era costituito dalla Farza, genere teatrale derivato dalla farsa latina, di argomento comico-burlesco e dal tono popolare. In Calabria, fu importata dagli Spagnoli attorno al 1600, protagonisti principali di questa rappresentazione erano il Carnevale e la Quaresima, che si ‘scontravano’ verbalmente. A vincere la querelle era il Carnevale, che, al termine della farza, veniva incoronato ‘Re della città’ (o del paese).

Ad Amato, lo spettacolo vero e proprio era annunciato dal Bandu (il bando), ossia l’avviso gridato da alcune persone lungo le vie del paese, che in questo modo avvertivano la popolazione e la preparavano ad assistere alla farza. I testi erano composti da persone comuni, spesso contadini, quasi sempre analfabeti e non scolarizzati, ma con una grande fantasia e un eccezionale senso dell’umorismo.

Anche gli attori erano persone del popolo, eppure sapevano intrattenere gli spettatori con la loro bravura, mettendo in scena uno o più avvenimenti che avevano fatto discutere la gente del paese, nel corso dell’anno precedente. Il teatro era dunque visto e adoperato come rappresentazione metaforica della vita, dei suoi problemi, delle sue avversità, ma anche dei suoi momenti più divertenti e spensierati.


2 Vedi http://www.treccani.it/enciclopedia/carnevale_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/.

Bandu

Bandu e contrabbandu mu sentiti: domane si fa la farsa

mu riditi e tutti ara chiazza mu vi trovati

e si puercu non aviti jiati ara vucceria3 e vi l’accattati.

Bando e contro bando dovete sentire: domani si farà la farsa

per farvi ridere e tutti in piazza vi dovete trovare

e se non avete [carne di] maiale andate alla macelleria

e compratevela.


3 vucceria: s.f. macelleria, bottega del macellaio dove si vende la carne.

A fharza de Pulicineddha

Scarica l’intero file con la “Fharza de Pulicineddha”!

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Alcune delle informazioni presenti in questa pagina web sono state raccolte da Carmen Morello, volontario del Servizio Civile UNPLI per l’anno 2019/2020, nell’ambito del progetto regionale “Usi e costumi delle Calabrie”

Il testo è stato tratto dal libro “Nommu mi scuordu do passatu e do paise mio” di F. Ciccone [Istante, Catanzaro 2005].

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